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Imprese e settori a rischio nel biennio 2020-2021, ma le proiezioni indicano anche dati positivi. Ripresa sì, ma non senza digital transformation, formazione e maggiori misure di sicurezza nei luoghi di lavoro’.

 

L’Italia nell’emergenza Coronavirus e nel secondo dopoguerra: la difficoltà nella riconversione industriale e la risalita, possibili scenari comuni.

L’emergenza Coronavirus e i suoi possibili scenari futuri sono i due capisaldi del dibattito politico ed economico che investe il globo da qualche settimana. Immediato il parallelismo con il secondo dopoguerra, in cui il danno mondiale era calcolabile in 3.200 miliardi di lire, una somma pari a tre volte il reddito del 1938, la crisi rischia, esattamente come all’epoca, di richiedere enormi sacrifici e scontri interni, anche alla stessa Unione Europea, soprattutto in un’Italia in cui le aziende e i lavoratori stanno già pagando un prezzo molto alto in seguito a blocchi e chiusure forzate. In particolare, la difficoltà nella riconversione industriale, per quanto si riempia di contenuti differenti, sembra essere il punto di contatto più profondo di due realtà storiche così diverse  in cui la necessità primaria è però, allo stesso modo, di ripartire dal lavoro. Sebbene, nel dopoguerra, la struttura industriale del Paese non risultasse gravemente danneggiata (la Banca d’Italia stimava  i danni di guerra subiti dal comparto industriale all’8% del valore degli impianti), dall’altra parte la disoccupazione cresceva, la produzione agricola  perdeva grosse percentuali di prodotti e vendite, aumentava la perdita di valore della lira, con un costo della vita di venti volte maggiore rispetto al 1938,  i prezzi raddoppiavano anche in un solo anno (1946), il reddito nazionale del 1945 era dimezzato rispetto al 1938 e la massa monetaria circolante, con 451 miliardi, era quattordici volte superiore a quella del 1939. Il fotogramma successivo alla Guerra non era, insomma, nelle prime autostrade, nei primi veicoli, nei weekend, negli elettrodomestici nelle case, bensì nelle gravi  difficoltà di adattamento industriale alla produzione di pace e per i rifornimenti di materie prime. In quel contesto, l’Italia aveva ricevuto una prima e fondamentale spinta dal piano Marshall, per cui, dal progresso economico del 1954 sino all’entrata nel Mercato comune nel 1957, si sarebbe trovata presto a posizionarsi al settimo posto tra i paesi più industrializzati per tre fattori determinanti: la fine protezionismo economico e l’apertura al mercato internazionale;  la disponibilità di nuove fonti di energia e la trasformazione dell’industria dell’acciaio; il basso costo del lavoro, decisivo per il boom economico italiano.

 

Scenari pre e post Covid-19: cosa cambia per le imprese, le proiezioni

Il boom economico dell’Italia post bellica, raggiunto non senza le difficoltà che si prospettano anche ora, in tempo di pandemia, fa ben sperare e apre a una serie di ipotesi circa la capacità di resilienza delle imprese italiane. In assenza di un supporto economico che possa anche solo ricordare il piano Marshall, le stime indicano perdite pari a 641 miliardi di fatturato delle aziende e un rischio di fallimento del 10,4% (doppio rispetto al solito) se l’emergenza sanitaria volgesse al peggio, mentre,  se a maggio tornasse la normalità, potrebbero già nel 2021 raggiungere un livello di ricavi dell’ 1,5% superiore a quello del 2019. È quanto previsto dal Cerved, information provider in Italia nonché una delle più importanti agenzie di rating in Europa,  che da circa 40 anni si occupa di analizzare le imprese italiane nel loro complesso raccogliendo una vasta gamma di informazioni, che vanno dal numero di dipendenti alla compravendita di immobili fino alla fatturazione annuale. In un suo studio recente, basato  sui dati di 750 mila imprese italiane e 233 diversi settori produttivi, il Cerved ha mostrato come, in previsione di un rientro alla normalità già dal prossimo mese,  le aziende riuscirebbero a recuperare un livello di fatturato pari a 2.410 miliardi di euro. Tuttavia, anche nello scenario migliore, le imprese perderebbero la possibilità preventivata di una crescita dell’1,7% quest’anno e del 2% il prossimo, con una cifra di 275 miliardi che fotografa i ricavi che saranno persi dalle aziende nel biennio 2020-2021. La crisi, secondo queste proiezioni, rapportate allo scenario pre Covid-19, cambierebbe il volto dell’Italia e del suo sistema di imprese, toccando soprattutto determinati settori e regioni:  in Lombardia si brucerebbe un fatturato di 182 miliardi, seguita dal Lazio (118 miliardi), dal Piemonte (60), dal Veneto e dall’Emilia Romagna (poco più di 57 miliardi per entrambe), mentre la Campania registrerebbe una perdita di 23,5 miliardi ponendosi al settimo posto dopo la Toscana. Quanti ai settori, il turismo risulta essere più penalizzato, con un crollo stimato che va dal 73% delle agenzie di viaggio fino al 68% per i tour operator, senza contare il fatturato degli alberghi con perdite di quasi 10 miliardi rispetto all’anno scorso;  il crollo dei consumi farebbe, poi, franare la manifattura, con un meno 45,8% per la produzione di auto (da 39,5 a 21,4 miliardi), veicoli industriali (da 12,7 a 6,7 miliardi) e settore dei componenti per l’automotive (da 23,3 a 12,6 miliardi), che i produttori italiani esportano o fabbricano in tutto il mondo. In valori assoluti, inoltre, l’impatto della crisi sarebbe più contenuto nelle regioni del Sud o in quelle più piccole, in cui sono meno concentrate le grandi imprese o quelle rientranti nei settori più colpiti. In termini relativi, invece, tra le imprese più lontane dai dati dell’ante virus ci sarebbero quelle con un’alta vocazione turistica, come il Trentino Alto Adige (meno 4,4 per cento, contro una media nazionale del meno 3,3), o quelle come Piemonte (meno 4,9 per cento) e Basilicata (-5,1) dove è il settore auto a  pesare molto. Abbastanza prevedibile, invece, il dato positivo per pochissimi e selezionati settori di necessità vitale in tempi di Coronavirus: la grande distribuzione alimentare che, col protrarsi della crisi oltre l’estate, crescerebbe dai 108 miliardi del 2019 a 132 miliardi; il commercio all’ingrosso dei prodotti farmaceutici e medicali da 33 a 38 miliardi;  il commercio online  salirebbe dai 4,3 ai 6,7 miliardi attuali.

Trasformazione digitale, formazione e sicurezza: i tre pilastri delle imprese del futuro

In generale,  per tutte le altre aziende, in due casi su tre l’emergenza influirà negativamente sulla domanda di prodotti e servizi su scala nazionale, mentre circa il 45%, quasi la metà dunque, ritiene che avrà perdite pari almeno al 10% : è quanto emerge dal quadro presentato da Bva Doxa, una delle più importanti realtà nelle ricerche di mercato su scala internazionale, che riporta i dati sugli effetti del virus a partire dal mese di aprile in un’azienda su cinque, mentre il 76% delle imprese riferisce di conseguenze visibili fin dalle prime ore della crisi. Si tratta, secondo i dati, di conseguenze che le aziende reputano non solo gravi, ma che colpiscono sia le aziende con meno di 50 dipendenti, sia quelle che superano i mille. I piccoli imprenditori hanno, in realtà,  manifestato una maggiore preoccupazione in questa ricerca: il 76% della domanda domestica delle PMI italiane diminuirà, mentre si verificherà un calo del 56% per quella oltre confine. In un quadro complesso e negativo, in cui si tenderà a ridurre una serie di servizi ritenuti superflui in questa particolare fase, quali marketing (45% delle imprese) e politiche di sviluppo commerciale (39%), molte aziende hanno compreso la necessità di mostrare una maggiore propensione alla conversione o, meglio, all’evoluzione e alla digital transformation: telelavoro,videoconferenze, smart working sono alla base di una rivoluzione tecnologica indispensabile alla sopravvivenza delle imprese. Basti pensare che il 73% delle imprese italiane ha applicato il lavoro agile e ben il 90% delle multinazionali straniere in Italia vi ha fatto ricorso.

L’adattamento digitale, che passa attraverso gli strumenti essenziali al suo funzionamento (VPN, cloud,desktop remoti, pc) ricorda la riconversione del dopoguerra in chiave moderna.  Le digital skill, allora, diventano essenziali per tutti e la formazione diviene lo strumento indispensabile per realizzare questa trasformazione. Non è pensabile, tuttavia, svolgere ogni tipo di attività da casa. La ripresa tocca anche i settori in cui il lavoro in presenza risulta essere fondamentale: si pensi alle attività manuali in cui l’attenzione sarà rivolta alla necessità di impostare e mantenere parametri di sicurezza  all’interno dei propri ‘confini’ lavorativi.  In tal senso e ancora nel segno della riconversione, incentivi per 50 milioni di euro sono stati introdotti dal Decreto Cura Italia per sostenere le aziende italiane che vogliano ampliare o tramutare la propria attività per produrre ventilatori, mascherine, occhiali, camici e tute di sicurezza. Non solo. Il distanziamento sociale imposto dall’emergenza richiede, come anticipato, una spiccata attenzione alle tematiche di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, oggi più di ieri, con una specifica e adeguata preparazione  non solo nello svolgimento della normale attività lavorativa,  ma anche  nella gestione di eventuali emergenze, come il contagio, prima non contemplato nei piani aziendali. La formazione, anche in questo caso, appare come lo strumento  non solo utile, ma necessario. In un periodo di limitata mobilità e di riduzione del contatto, peraltro, la tradizionale lezione in aula viene  messa da parte per lasciare spazio alla formazione a distanza,  in modalità e-learning, dando una prima e pratica applicazione proprio alle competenze digitali richieste oggigiorno.

Noi di Magistra Group, in modalità smart working, nel rispetto delle norme e delle necessità dettate in via eccezionale dal delicato momento storico che stiamo vivendo,  ci occupiamo di consulenza e formazione per le piccole e medie imprese, oltre ad assicurare nello specifico, con SafetyMed, realtà leader nel campo della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, i corsi e le giuste indicazioni di sostegno ai datori di lavoro, in vista delle nuove problematiche imposte dall’emergenza sanitaria, per la massima tutela dei dipendenti e un’adeguata preparazione ad un futuro differente, ma ancora più protetto.

Noi di Magistra crediamo nel futuro della TUA impresa.

Andrà tutto bene.

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