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Come cambiano format, strutture e processi alla base del mondo del lavoro.

L’ILO, agenzia delle Nazioni Unite, stima una perdita di 195 milioni di posti lavoro a tempo pieno su scala mondiale, con particolari settori in cui a rischiare sono 1,25 miliardi di lavoratori. La protezione dell’occupazione passa attraverso una nuova cultura organizzativa delle imprese, con un’emergency management che risponde alla pandemia rivoluzionando gli schemi più tradizionali’

 

Effetto Coronavirus, milioni di posti di lavori a rischio: i dati dell’International Labour Office

Milioni di posti a rischio, ore di attività ridotte e radicali mutamenti in schemi, strutture e processi alla base del mondo del lavoro: sono alcune tra le previsioni dell’ILO,  agenzia delle Nazioni Unite che riunisce governi, sindacati e organizzazioni industriali di 187 Paesi, e dei principali analisti, per cui la progressiva accelerazione mondiale della pandemia ha messo le aziende e, in particolare, alcuni settori di fronte a una delle sfide più difficili degli ultimi anni. Nel complesso, si prevede una perdita di 3.400 milioni di reddito da lavoro e un numero di persone, tra 8 e 35 milioni, che rientreranno nella categoria dei cosiddetti lavoratori poveri ( guadagni a meno di 2,90 euro al giorno), mentre, precedentemente, si stimava che nel 2020 la loro cifra totale, pari a 630 milioni di persone, avrebbe subito una riduzione fino a 14 milioni. I dati più allarmanti provengono, però, dalle valutazioni sulla perdita dei posti di lavoro e, quindi, dai numeri della disoccupazione. In una prima stima pubblicata a marzo, in un valore nettamente superiore a quello verificatosi dopo la crisi economica del 2008,  anno in cui l’elenco dei disoccupati aumentò di 22 milioni di unità, i posti di lavoro a rischio risultano maggiorati fino a 25 milioni, laddove nel 2019 si contavano già 188 milioni di persone prive di un’occupazione su scala globale. In un secondo momento, nel rapporto di aprile, a livello settoriale e per gruppi di regioni, la previsione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro è apparsa ancora più allarmante: la diffusione del Covid-19 ha, infatti, ulteriormente accelerato, in termini di intensità, e ampliato la sua portata, al punto che le misure di blocco totale o parziale stanno ora colpendo quasi 2,7 miliardi di lavoratori, quattro persone su cinque che rappresentano l’81% (pari a 3,3 miliardi) della forza lavoro mondiale. In particolare, il nuovo rapporto  preannuncia per il secondo trimestre del 2020 la perdita del 6,7% delle ore di lavoro, che equivalgono a 195 milioni di posti a tempo pieno. Inoltre, se  gli effetti della crisi dovessero protrarsi fino a fine anno, i numeri potrebbero essere sottostimati di ulteriori 25 milioni. L’impatto sulle attività che generano reddito si presenta particolarmente grave per i lavoratori meno protetti e meno retribuiti (giovani,anziani, donne e migranti) nonché per i gruppi più vulnerabili nel settore informale (circa due miliardi, soprattutto nelle economie emergenti e nei Paesi in via di sviluppo). Le perdite minacciano anche le operazioni e le solvibilità delle piccole imprese, mentre i rami più colpiti saranno, sempre secondo le stime, quelli degli alloggi, della ristorazione, della vendita al dettaglio, delle attività commerciali e del manifatturiero, che, più di altri, impiegano manodopera poco specializzata a salari minimi. In questi settori sono circa 1,25 miliardi i lavoratori ad alto rischio a causa dei licenziamenti, delle riduzioni dello stipendio e dell’orario di lavoro. Quanto alle aree geografiche più interessate dal fenomeno, importanti contrazioni del numero di ore lavorate e dell’occupazione sono previste per gli Stati arabi (8,1% ovvero 5 milioni di lavoratori a tempo pieno), in Europa (7,8% o, meglio, 12 milioni di lavoratori a tempo pieno) e in Asia e Pacifico (7,2% o 125 milioni di lavoratori a tempo pieno). Goldman Sachs, la più grande banca d’affari del mondo con sede a New York,  ha evidenziato in una recente analisi  gli effetti della pandemia sul mercato del lavoro in Europa, mettendo in luce un notevole divario nel grado di deterioramento e, nello specifico, nel tasso di disoccupazione tra nord e sud del continente: nell’area dell’euro, a metà anno, quest’ultimo dovrebbe risalire all’11,5%; nel Regno Unito esso andrebbe a toccare l’8,5%, aumentando solo leggermente in Germania (poco al di sopra del 5%) e in Francia (circa al 10%); in Spagna e in Italia raggiungerebbe, rispettivamente,  valori pari al 23 e 17 per cento. Dall’analisi, in continua evoluzione, emerge anche la necessità di adottare misure strutturate, attuabili già nel breve periodo e su larga scala, incentrate su quattro specifici pilastri: sostegno ad  imprese, occupazione e reddito; stimoli all’economia e all’occupazione; protezione dei lavoratori;  conservazione posti attraverso un dialogo  tra governi, datori di lavoro e dipendenti. Ultimo fattore, ma non per questo meno importante, è la necessaria resilienza del sistema economico e delle imprese con la creazione di un nuovo emergency management in grado di rivoluzionare i tradizionali schemi.

 

La nuova cultura organizzativa delle imprese nell’emergenza sanitaria e la forza lavoro digitale: ecco cosa cambia.

Dallo scorso gennaio, prima in Cina e, poi, in altre parti del mondo, dove era ancora poco praticato, si è dato il via al più grande esperimento di smart working e collaborazione social della storia: un primo esempio di un epocale cambiamento nella cultura organizzativa aziendale che, attraverso un approccio multidisciplinare e multilaterale, può e deve governare le complessità generate dalla pandemia. Si tratta, in altre parole, di un’emergency management, per gestire le criticità nel breve periodo ed elaborare una nuova visione del futuro, le cui priorità diventano prevenzione sanitaria, riorganizzazione continua e formazione a distanza, senza dimenticare implicazioni psicologiche e comportamentali, come il contenimento dell’ansia collettiva e la capacità di adattamento di datori di lavoro e dipendenti. Un primo salto in avanti nella gestione dell’emergenza è avvenuto (e avverrà) con la trasformazione digitale dell’impresa e della forza lavoro. In tal senso, lavoro agile, apprendimento a distanza, robotica, e-commerce e tutte le tecnologie a supporto diventano gli strumenti indispensabili al funzionamento dell’azienda nelle fasi successive della crisi dettata dal Coronavirus. La nuova tecnologia potrà fornire un valido contributo sia nei processi di apprendimento che lavorativi, creando un ‘incrocio’ tra il primo e il secondo, nonché tra fisico e digitale, atto a generare un’innovativa configurazione dell’attività svolta da remoto, non più solo da parte del singolo, ma derivante dall’intero team. Il digitale è, infatti, in grado di trasferire contributi e vantaggi sia nella formazione che nel lavoro, rendendo accessibili a tutti, anche a distanza, un gran numero di strumenti: piattaforme per l’apprendimento,  contenuti ( e-book, enciclopedie online, video, presentazioni e, più in generale, dati), ‘ambienti’ di lavoro virtuali  per riunioni tra collaboratori (Skype e Zoom ne sono un esempio), sistemi di monitoraggio delle attività, canali di comunicazione social per marketing e comunicazione. Cambia, dunque, non solo il modo di lavorare, ma anche la figura del lavoratore in un contesto diverso, in cui i confini tra le varie professionalità presenti in azienda sono diventati molto labili. Non solo. Nascono nuove professioni o, semplicemente, si ricorre al rafforzamento esterno del gruppo chiamando figure necessarie a questa evoluzione (coach, progettisti digitali, ecc.).  Allo stesso tempo, il CEO di un’impresa si trova a dover guidare una nuova forza lavoro digitale, senza avere una gestione diretta della sua ‘squadra’, con un ‘check’ dell’attività svolta attraverso i mezzi messi a disposizione da tecnologia e innovazione. Ciò implica, da una parte, una maggiore capacità di delega e, dall’altra, un incremento del grado di responsabilizzazione del lavoratore stesso, che dovrà organizzare obiettivi e orari diluiti, secondo recenti proposte, su sette giorni. Inoltre, i CEO sono chiamati a immaginare e ad implementare i sistemi di risk management strategici, includendo tra i pericoli quello geopolitico, sociale e sanitario, per anticiparli, ad esempio, grazie ai Data Analytics. Sembra, pertanto, riduttivo parlare esclusivamente di smart working così come appare eccessivo puntare tutto sul digitale: le relazioni non dirette, in questo momento storico, diventano piuttosto la spinta per sperimentare una conoscenza e un’interazione mai provate prima. Non a caso, è di recente e sempre più frequente utilizzo il concetto di ‘nomadismo digitale’ per esprimere due qualità indispensabili nel mondo del lavoro oggi: capacità di lavorare su nuove piattaforme e di saper reperire, suddividere e analizzare l’immensità dei dati a disposizione; abilità di lavorare in assenza di elementi usuali, senza perdere efficienza ed efficacia.

 

In questo delicato periodo il Gruppo Magistra non si è mai fermato, supportato da una forza lavoro digitale capace di confrontarsi con una crisi inaspettata che spinge l’acceleratore sul cambiamento delle imprese. In un recente meeting a distanza, che ha coinvolto tutti i nostri collaboratori presenti nelle diverse regioni italiane, abbiamo avuto l’opportunità di confrontarci su idee e progetti del futuro: la formazione a distanza, con una piattaforma di nostra proprietà, le attività di assistenza continua alle aziende cliente, anche da remoto, e la necessità di investire sul capitale umano per incrementarne le competenze  sono stati i temi principali del nostro incontro.

Abbiamo tante novità e l’entusiasmo giusto per la ripartenza. Guardiamo avanti con positività.

Andrà tutto bene.

 
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