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Il lavoro agile risponde pienamente ai bisogni dettati dall’emergenza Coronavirus. Cultura organizzativa, flessibilità, dotazione tecnologica e spazi fisici sono i quattro i pilastri fondamentali per le imprese che si stanno approcciando a questa nuova modalità’

Presentate come sinonimo di benessere e produttività dei dipendenti, nonché di riduzione di emissioni inquinanti, le pratiche di lavoro a distanza si stanno, effettivamente, rivelando un’arma vincente per non fermare la produttività delle imprese e del Paese in situazioni di emergenza, come quella attuale, in cui è assolutamente necessario evitare tutte le occasioni di contagio. In particolare, lo smart working o lavoro agile si presenta, oggi, come una grande opportunità per le aziende e per il mondo della Pubblica Amministrazione. I numeri confermano una crescita: secondo i dati dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, dai 480.000 lavoratori agili nel 2018 si arriva ai 570.000 nel 2019, fino all’incremento straordinario di questi primi mesi del 2020. Incomprese le sue potenzialità fino a poche settimane addietro, attualmente esso si attesta come l’attività produttiva più sicura per salvaguardare la salute, propria e del prossimo, di fronte alla pandemia causata dal ‘Covid-19’.

Le leggi e le disposizioni che introducono e ‘impongono’ il lavoro agile

Introdotto dalla legge n. 81 del 22 maggio 2017, che fornisce la definizione di lavoro agile, e, ancor prima, dalla risoluzione del Parlamento Europeo del 13 settembre 2016, che ne evidenzia i benefici sociali, lo smart working offre grandi vantaggi per il mercato del lavoro: le imprese possono, infatti,  scoprire una nuova forma di prestazione lavorativa, oltre che  per rispondere a una necessità, per ottenere più elasticità nella gestione del tempo e dello spazio. In tale scenario, poi, l’art. 2087 del codice civile, citato più volte in questi giorni, impegna ‘il datore di lavoro ad adottare tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica dei prestatori di lavoro, potendo bene includere fra queste l’adozione, fortemente semplificata, del lavoro agile’. Tuttavia, l’improvviso ricorso a questo sistema, che è stato incrementato e reso quasi obbligatorio con specifica disposizione del Dpcm dell’11 marzo 2020, consentendo di ritenere plausibile la sua attuazione anche su richiesta dei lavoratori qualora non vi siano ragioni per ostacolarlo, crea, ad oggi, delle difficoltà nell’approcciarsi a questo modello organizzativo e nel comprenderne il significato più profondo. Soprattutto, questa impreparazione potrebbe emergere nella questione della gestione del controllo sul lavoratore. Il datore di lavoro ha il diritto/dovere di svolgere controlli sul corretto svolgimento delle prestazioni eseguite dai dipendenti, nei limiti fissati, in particolare, dall’art. 4 dello Statuto dei lavoratori per cui sono vietati sistemi e apparecchiature tecnologiche per controllare a distanza il lavoro svolto, a meno che non ci siano accordi sindacali e/o non sia autorizzato dall’Ispettorato del lavoro. Anche in quest’ultimo caso, però,  il Jobs Act, con riforma del 2015, ha chiarito che il lavoratore debba essere preventivamente informato del controllo anche laddove gli strumenti siano stati lecitamente installati.

Smart working: ecco di cosa si parla

Confuso o, più spesso, sovrapposto a pratiche come il Telelavoro, esso si presenta, al contrario, distante da esse: si tratta di una filosofia manageriale diversa, per cui il lavoro non consiste necessariamente in un numero di ore precise da passare davanti al pc, bensì nel raggiungimento di determinati obiettivi. In altre parole, in questa nuova visione, c’è una maggiore responsabilizzazione del lavoratore sui risultati richiesti dal datore di lavoro e/o dall’impresa. Non solo. Le forme contrattuali del Telelavoro, a cui più spesso si associa, prevedono un apposito contratto, mentre lo smart working è ‘una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato, stabilita mediante accordo tra le parti’, organizzata anche per fasi, cicli e finalità senza  vincoli prestabiliti: luoghi, orari e strumenti tecnologici sono scelti liberamente dal lavoratore. Ciò che si richiede all’impresa è di impostare l’accordo scritto con il lavoratore e di fornirgli la formazione necessaria allo svolgimento del lavoro agile, mentre quest’ultimo avrà maggiori responsabilità, ma anche più autonomia e soddisfazione nella gestione dei propri compiti. I dati riportati dall’Osservatorio di Milano evidenziano come gli smart worker siano più soddisfatti e, soprattutto, dotati di maggiori competenze digitali rispetto agli altri lavoratori. I dati riportano anche i benefici per le imprese, che ottengono vantaggi competitivi in termini di crescita della produttività, riduzione dell’assenteismo e dei costi per gli spazi fisici necessari ai dipendenti. Se, da una parte, le grandi imprese sono particolarmente interessate dal ‘fenomeno’ smart working, già ampiamente praticato, mentre la P.A., pur essendo preparata, fa fatica ad adeguarsi, è, dall’altra, nelle PMI italiane, con un  numero di dipendenti compreso tra 10 e 250, che si sta affermando un evidente aumento nell’ interesse della sua strutturazione.

Cosa serve alle imprese

Uno dei primi passi, all’avvio di una qualsiasi iniziativa di smart working, consiste nella valutazione della dotazione tecnologica disponibile, in quanto essa consente, se presente, di creare un digital workplace, in cui comunicazione e collaborazione possano diventare indipendenti da orari e luoghi di lavoro. Allo stesso modo, lo sviluppo delle competenze digitali è un requisito indispensabile per garantirne la realizzazione e poter assicurare l’impiegabilità  a lungo termine per il dipendente agile. Inoltre, il lavorare a distanza comporta implicazioni circa la privacy, rientrando nella normativa stabilita dal GDPR (General Data Protection Regulation) ovvero il Regolamento europeo sulla protezione dei dati personali entrato in vigore il 25 maggio 2018. Un lavoratore agile accede al database aziendale direttamente da casa sua, può contattare i clienti nonché utilizzare Skype e altri mezzi simili: i dati che entrano in  suo possesso, quindi, devono,  secondo il GDPR, essere protetti dall’azienda con la massima attenzione, con un dipendente che sia preparato anche in questo campo. Si comprende come il mondo dello smart working sia non solo legato alla digitalizzazione delle imprese, ma anche alla formazione dei lavoratori, che devono essere opportunamente istruiti e aggiornati, evitando ogni tipo di improvvisazione.

 

Anche NOI di Magistra, formandoci adeguatamente, abbiamo adottato questa nuova ed efficace modalità di lavoro. Da lunedì siamo a casa, ma non ci siamo mai fermati. Insieme, ma a distanza, il nostro team collabora e supporta le piccole e medie imprese, soprattutto in questo momento così delicato per l’economia italiana. Se vuoi avere maggiori informazioni sullo smart working o sapere di quali finanziamenti potrai usufruire nei prossimi mesi per ripartire con maggiore positività, contattaci ai seguenti indirizzi: Adele.pezone@gruppomagistra.it; Guglielmo.napodano@gruppomagistra.it; Valeria.disparano@gruppomagistra.it. Per la sicurezza sul lavoro, è più che mai importante affidarsi ai nostri esperti: info@safetymed.it

Noi andiamo avanti e aiutiamo le imprese a fare altrettanto.

 Andrà tutto bene.

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